Le patologie dell’interfaccia vitreoretinica, cioè della superficie di contatto fra vitreo,(la massa trasparente e gelatinosa che occupa tutto il bulbo dietro al cristallino) e la retina, sono state studiate con sempre maggior precisione negli ultimi anni. Anche la terapia chirurgica ha avuto un notevole sviluppo negli ultimi tempi. Per semplicità di descrizione dovremmo accontentarci di veder occupato questo spazio vitreo-retina da pochi schematici elementi:

  • la retina (membrana sensoriale dell’occhio)
  • la membrana limitante interna che rappresenta uno strato interno di supporto alla retina stessa
  • la ialoide, cioè il guscio del vitreo
  • la massa vitreale

Questi elementi sono normalmente solo a contatto fra loro, senza prendere aderenze anatomiche strette, ma molteplici elementi patologici possono portare alla realizzazione di nuovi rapporti od all’introduzione fra di essi di altre formazioni anomale.

La più rilevante come frequenza ed aggressività è propriamente il Pucker (“grinza”), che prende il nome dal fatto che produce appunto delle deformazioni sulla superficie interna della retina (Fig.1)



Fig. 1


Fig. 1


Fig. 1


Fig. 2


Fig. 2


Fig. 2


Fig. 3


Fig. 4

Questa patologia è più frequente nell’età adulta e senile, e non riconosce sempre una causa ben identificabile. In linea di massima esistono comunque condizioni predisponenti, come traumi, rotture retiniche, laser e crio trattamenti, infiammazioni endoculari ecc, ma si può avere un pucker anche senza elementi rilevanti nell’ anamnesi clinica del paziente.

Vedendo il fondo oculare questa patologia appare come una rifrangenza della macula, a volte con un aspetto di trazione sui capillari retinici e questo giustifica il nome di “cellophane”, come se la retina fosse coperta da uno strato di plastica trasparente. In realtà si tratta di uno monostrato di cellule di provenienza pigmentaria che si depositano anche su tutta la superficie retinica, ma danno segni clinici al paziente solo nella parte centrale o maculare, dove il loro effetto di distorsione appare più evidente; infatti queste cellule aderiscono fra loro e tendono a ritirarsi piegando la retina a cui sono adese.

Ne consegue una distorsione progressiva del profilo retinico normale che dà come conseguenza che le immagini appaiono al paziente sfocate e distorte. Proseguendo la sua azione questa membrana strappa la retina stessa fino a romperla di solito nel punto più delicato, cioè la fovea, provocando così un foro maculare (Fig. 2); a questo punto la capacità visiva precipita drasticamente.

Elementi collaterali a questa patologia sono le aderenze vitreali, cioè punti di contatto e trazione patologici fra la retina ed la ialoide che circonda il vitreo.(Fig.3).

La prognosi di questa patologia è generalmente cattiva per la vista ed a volte l’azione trattiva può provocare come detto anche un foro maculare, cui può seguire addirittura un sollevamento della retina centrale (distacco maculare). Tutto quanto appena detto si capisce perchè ci sia una forte indicazione a ad asportare chirurgicamente in tempi precoci questa formazione patologica. E’ comunque argomento molto dibattuto fra gli specialisti a che livello visivo operare i pazienti; in linea di massima si può dire che ci si dovrebbe operare più precocemente possibile, magari prima che la vista cali in modo significativo o che sia avvertano le deformazioni delle immagini già descritte. Questo perchè l’asportazione della membrana favorisce sì la risoluzione della malattia, ma in generale non restituisce la vista perduta, se non in minima parte e dopo moltissimo tempo dall’intervento. Una azione precoce dunque permette di minimizzare il danno e favorire un recupero più veloce, senza aspettare i gravi esiti già descritti.

La terapia dunque è solamente chirurgica, grazie all’asportazione della membrana trattiva e della membrana limitante interna divenuta patologica anch’essa; l’intervento, in anestesia locale, comincia con l’introduzione di alcune microcannule atraverso la superficie oculare (sclera),tramite le quali si può eliminare tutto il vitreo endoculare fino ad arrivare alla membrana; a questo punto la membrana viene evidenziata con coloranti vitali speciali in grado di farsi assorbire solo dalle strutture da asportare, che vanno mobilizzate e poi portate via con la massima delicatezza con dei microstrumenti (Fig. 4) osservando tutto questo sotto il microscopio

Appare chiaro come tutto l’intervento sia delicatissimo e si svolga in spazi di pochi millesimi di millimetro, invisibili ad occhio nudo. Alla fine si introduce in genere un gas speciale a lunga permanenza che consente alla retina di essere compressa e stirata per qualche settimana o mese, a seconda dei casi; al paziente sarà chiesto di rimanere per qualche giorno in posizione prona e dormire a pancia sotto per facilitare il posizionamento della bolla di gas. Per una settimana si metteranno colliri e si terrà l’occhio protetto.

Successivamente si dovranno eseguire controlli ed esami programmati per un certo periodo.

Durante questi complessi interventi possono esserci problemi di ogni genere, dalle rotture retiniche ai sanguinamenti, per cui solo centri particolarmente attrezzati possono affrontarli.

Alla fine dell’intervento e del postoperatorio il paziente potrà cominciare a beneficiare di un certo recupero visivo che andrà consolidandosi nel tempo.

Il centro di Microchirurgia Villa Massimo a Roma è perfettamente attrezzato per poter affrontare con successo questi interventi e possiede una completa strumentazione per la diagnosi ed il controllo di queste importanti patologie.

Dott. Pietro Luchetti

Dott.ssa Anna Di Ciò